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“Se un vino sa di tappo, lo si manda indietro.
Lo stesso andrebbe fatto anche con una birra servita in modo non corretto (mal spillata, senza la giusta quantità di schiuma o in un bicchiere sbagliato)”

Così inizia il libro “I love beer” promosso da Heineken.

La scorsa settimana sono stata invitata a partecipare all’iniziativa “i love beer” promossa, appunto, da Heineken. 

Durante la serata siamo state intrattenute, io e Chiara, dalla bravissima Tania Valentini che ci ha spiegato tantissime cose sulla birra e in particolare sulla schiuma.

Spesso tendiamo a fare l’errore di mettere poca schiuma nel bicchiere invece questa è importantissima per preservare il sapore originario della birra e renderla più digeribile. 

La schiuma è infatti costituita essenzialmente dalle proteine del malto d’orzo (o di altro cereale), dalle resine del luppolo
e dalla CO2. 

Una delle principali attenzioni del mastro birraio
è quella di far perdere la minor quantità possibile di schiuma durante le varie fasi di lavorazione: dalla miscelazione
delle materie prime, fino alla filtrazione, passando per la fermentazione e la maturazione. Le resine del luppolo, invece, costituiscono il secondo importante componente “solido” della schiuma. Sono sostanze presenti nelle inflorescenze femminili della pianta e sono responsabili della caratteristica amarezza delicata della birra. Per verificarne la presenza basta un semplice esperimento: inumidire le labbra solamente con la schiuma. Se viene percepita una certa sensazione di amarezza, è la dimostrazione della loro presenza. 

Non tutte le birre presentano la medesima tipologia e lo stesso quantitativo di schiuma. Potremmo arrivare ad affermare che “ogni birra ha la sua schiuma” e che questa possiede una serie di caratteristiche determinate dalla volontà del mastro birraio. Queste, condizionate ovviamente anche da una corretta spillatura.

Una birra con la schiuma è più facilmente digeribile perché, se spillata correttamente e alla giusta temperatura, va a perdere l’anidride carbonica in eccedenza così come previsto dalla ricetta originaria. 

 Riguardo alla temperatura, un luogo comune di molti consumatori è quello di chiedere sempre la birra

“bella ghiacciata”. In realtà, ciascuna birra va servita e bevuta secondo una temperatura di servizio ideale che cambia in virtù del tipo di fermentazione e del tipo di birra.

Una birra a bassa fermentazione va di solito servita più fredda rispetto ad una ad alta fermentazione che necessita di una temperatura di servizio più alta per consentire al bouquet di aromi di aprirsi al meglio. Avendo acclarato l’importanza della formazione e della presenza della schiuma, è quindi fondamentale imparare a degustare correttamente una
birra dal bicchiere, cercando di conservare la schiuma il più
a lungo possibile.

Queste e tante altre cose ci sono state insegnate da Tania, incluse le tre tipologie di spiallature (Tedesca, Irlandese, Belga).

Siamo state ospiti in un ristorante in zona Testaccio che io non conoscevo, Flavio al velavevodetto, un posto semplice e carino dove abbiamo potuto mangiare piatti tipici della tradizione romana.

antipasto

crostini di pane con burrata e alici accompagnati dalla birra IIchnusa

primo

mezze maniche all’amatriciana con una Erdinger

secondo

polpette di lesso con crema di broccoli e patate con una Duvel

dolce

tiramisù al bicchiere con la GranCru


nel complesso una piacevolissima serata, grazie ancora a tutto lo staff e in particolare a Tania



 



 

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